Non avrei potuto immaginare un finale peggiore

(I couldn’t have imagined a worse ending -> read here)

Pensavo di sapere come sarebbe finita.
Mi sbagliavo.

L’ultima Madison, in realtà, non è mai successa.

Dovevo correre domenica e lunedì. La Madison era la gara finale entrambi i giorni.
Durante lo scratch della prima giornata una ragazza mi ha falciata da dietro. Sono caduta pesantemente. Un attimo prima ero in gara, un attimo dopo ero a terra.

Non riuscivo a camminare.

Invece di prepararmi per la Madison, mi sono ritrovata in ospedale a farmi controllare il bacino e il femore destro. Per fortuna niente di rotto, ma abbastanza dolore da sapere che non avrei corso né quel giorno né quello dopo. Un’altra ragazza è caduta con me. Siamo rimaste fuori in due.

Così la mia ultima Madison non l’ho corsa.
E non ho nemmeno finito l’ultima gara tagliando un traguardo in bici.
Il mio ultimo giro di pista l’ho fatto strisciando per terra.

Non era questo il finale che avevo immaginato.

Quando, dopo la gara, stavo camminando verso la macchina con Oskar per andare in ospedale, a un certo punto mi sono fermata. Ho iniziato a piangere. Non per la Madison in sé. Ma per la paura.

Per qualche minuto ho avuto davvero paura di essermi fatta male sul serio. Di aver rotto qualcosa. Di dovermi fermare di nuovo. Di dover saltare allenamenti proprio adesso, mentre sto già lavorando per il nuovo capitolo. Mentalmente era troppo. Sarebbe stata l’ennesima cosa da affrontare, e non ne avevo più.

In quel momento il pensiero di non poter fare la mia sessione di palestra il giorno dopo mi ha fatto più male dell’idea di non correre l’ultima Madison. Perché quella gara, se sono onesta, sapevo già che non l’avrei corsa al massimo. Non ero preparata come avrei voluto. Mi dispiaceva non chiudere pedalando, ma non era quello il punto.

Il punto era la sensazione di dover ricominciare ancora una volta da capo.

Poi il dolore ha iniziato a diminuire. I controlli sono andati bene.
Mercoledì ero già di nuovo in palestra, quasi normalmente. E lì mi sono calmata.

È ironico, se ci penso.

Ho iniziato la stagione a maggio con una caduta, il primo giorno, appena rientrata dalla miocardite.
E ho chiuso la mia storia nell’endurance con un’altra caduta.
Sempre non per colpa mia.

Come se, in qualche modo, anche il fato mi stesse dicendo basta.

Fa strano dirlo, ma oggi non provo rabbia.
C’è del dispiacere, sì. Un po’ di amarezza.
Avrei voluto un ultimo giro diverso. Avrei voluto chiudere in piedi, in sella, con il controllo che la Madison mi ha sempre dato.

Perché la Madison è stata la mia gara.
Quella in cui mi sono sempre sentita a casa.
Quella che mi ha regalato la mia migliore amica, le vittorie, le sconfitte condivise.
Quella grazie a cui sono entrata in Nazionale.
Quella in cui ho corso due Coppe del Mondo, e in cui ho vinto un argento nel 2022 — una cosa che, anni prima, quando lavoravo, studiavo e correvo insieme, non avrei mai pensato possibile.

In più di cinquecento Madison corse negli ultimi sette anni, mi sono sempre sentita sicura di quello che stavo facendo. Che fossi con la mia migliore amica, con una giovane, con una ragazza molto più esperta di me, sapevo stare lì dentro. Sapevo leggere la gara. Sapevo competere.

Di questo ne vado fiera.

E forse è anche per questo che chiudere così fa male.
Perché non ho salutato pedalando.
Perché non ho scelto io l’ultimo cambio.

Ma, a essere onesta fino in fondo, so anche un’altra cosa: non sono più competitiva. E continuare a correre quella gara, solo per amore, non sarebbe stato giusto. Né per me, né per quello che la Madison è sempre stata.

È arrivato il momento di salutarla con gratitudine.
Di godermi quello che è stato.
E, sì, probabilmente un giorno, guardandola da fuori, sentirò nostalgia.

Ma oggi so che il finale peggiore non è stato cadere.
Il finale peggiore sarebbe stato restare, fingendo che andasse ancora bene.

Questo weekend non ho corso la mia ultima Madison.
Ma ho capito, una volta di più, che è davvero tempo di andare avanti.