Come si diventa velocista pura quando hai passato praticamente tutta la tua vita a essere un’atleta endurance?
È una domanda a cui sto pensando molto negli ultimi mesi.
Perché quando ho annunciato di aver deciso di cambiare disciplina era facile parlare della scelta, avevo deciso di lasciare l’endurance e ricominciare come velocista. Sapevo perché lo stavo facendo, sapevo cosa volevo provare a raggiungere e sapevo che sarebbe stato difficile.
Ma decidere di diventare qualcosa di diverso e farlo davvero sono due cose molto diverse, e negli ultimi mesi ho iniziato davvero a capire cosa significhi essere di nuovo una principiante.
Dopo aver chiuso il capitolo dell’endurance a gennaio, sono rimasta in Sicilia per quasi tre mesi, all’inizio c’era anche Oskar, poi sono rimasta lì ad allenarmi da sola al velodromo di Noto.
La Sicilia è sempre stata un po’ il mio stop and go, ci vado dal 2018 e, negli anni è diventata il posto in cui mi sono fermata, ho rimesso insieme i pezzi e sono ripartita ogni volta che nella mia vita qualcosa è cambiato.
Questa volta sono tornata lì ancora una volta, ma per la prima volta non per tornare quella che ero, stavo cercando di diventare qualcosa di nuovo.
A metà aprile sono tornata a casa e ho iniziato a prepararmi per il primo blocco di gare di maggio. Ricordo che, mentre guidavo verso le prime gare, avevo registrato un video in macchina parlando molto onestamente delle mie aspettative, la verità è che non ne avevo, non avevo idea di cosa aspettarmi.
Sinceramente, le prime gare sono andate meglio di quanto pensassi, la prima vittoria è stata semplicemente non essere mai arrivata ultima.
Eravamo circa 24-25 atlete, la maggior parte delle quali erano velociste vere e proprie, e io mi sono sempre trovata più o meno tra l’undicesimo e il quindicesimo posto, per una persona che aveva appena cambiato disciplina, ero contenta.
Sono anche riuscita a migliorare i miei tempi durante quel blocco. Il primo giorno a Praga avevo fatto un 1’12”6 alto, mentre nell’ultima giornata di gare in Germania ero arrivata a 1’12”0.
La cosa divertente è che a quel punto ero completamente distrutta.
Avevo corso per quasi un mese e, di fatto, ero stata “costretta” a gareggiare senza riuscire ad allenarmi davvero tra una competizione e l’altra. Quindi il fatto di essere riuscita comunque a migliorare era un buon segnale.
Ma la cosa più importante che ho notato non era nei numeri, era nella mia testa.
Mi sentivo più al primo giorno di scuola che come un’atleta che correva da anni, le gambe rispondevano, ero abbastanza forte per fare determinate cose.
I miei istinti però erano ancora quelli di un’atleta endurance, le mie reazioni, i miei tempi, il modo in cui interpretavo quello che succedeva in gara: tutto era costruito sulla disciplina che avevo fatto per anni.
E improvvisamente dovevo imparare a reagire in modo diverso, lo sprint è immediato, tutto succede velocemente e devi essere pronta a reagire prima ancora di avere il tempo di pensare.
Questa è stata probabilmente una delle cose più difficili da assimilare.
Nell’endurance sono abituata a gare in cui tutto dura tantissimo, anche tre giri possono sembrarmi lunghissimi, perché si aspetta che succeda qualcosa, sono abituata ad avere tempo per leggere la gara.
Nello sprint questo lusso non ce l’hai.
E per la prima volta nella mia carriera, stare nella seconda metà della classifica non mi pesava. Mi motivava.
Era tutto nuovo e questo significava che tutto era qualcosa che potevo migliorare, era una sensazione completamente diversa da quella che avevo provato negli ultimi anni di endurance.
Dopo le gare europee sono volata negli Stati Uniti, e sono rimasta in America circa un mese, ma non avevo a disposizione né un velodromo né l’attrezzatura tecnica necessaria per allenarmi davvero da velocista.
Quindi mi sono allenata su strada e in palestra per circa tre settimane, sono riuscita a ricostruire la mia forza e a tornare più o meno ai numeri che avevo raggiunto prima delle gare di maggio.
E proprio quando iniziavo a sentire che stavo tornando a un buon livello, sono andata a correre a Los Angeles, tre giorni di gare: velocità, keirin, velocità.
Il primo giorno è stato un disastro.
Ho gestito completamente male lo sforzo nella qualifica dei 200 metri, avevo scelto un rapporto troppo duro perché ero al coperto e pensavo di poterlo gestire.. invece sono andata più piano rispetto alla gara precedente in Germania, all’aperto.
È stato frustrante, ma mi ha anche insegnato qualcosa, il giorno dopo avevo una pausa durante il pomeriggio, con la pista libera.
Ho passato circa tre ore da sola in pista, semplicemente girando e provando il lancio dei 200 metri. Ancora e ancora. Sono tornata al rapporto che avevo usato all’aperto e ho pensato: al massimo faccio lo stesso tempo.
Il terzo giorno, per la prima volta, sono scesa sotto i 12 secondi, un 11”9 alto.
Se lo guardo da fuori non è niente di straordinario, ma per me è stato uno step importante.
Non solo per il numero, ma per il modo in cui ci sono arrivata, avevo passato tre ore a ripetere un gesto che ancora non so fare in modo naturale, devo impararlo semplicemente facendolo, ancora e ancora.
E mi ha fatto capire una cosa molto chiaramente: non puoi davvero prepararti a diventare velocista se non hai una pista dove allenarti e provare quelle cose.
Puoi fare pesi, puoi andare in strada, puoi lavorare sulla condizione fisica. Ma alcune cose devono semplicemente diventare istinto, e per questo serve tempo.
Essere a Los Angeles è stato speciale anche per un altro motivo, ovviamente, correre in quel velodromo, sapendo che sarà il velodromo olimpico, ha reso tutto molto più reale.
Ma non ha cambiato quello che penso del progetto, so ancora esattamente cosa voglio fare.
I 200 metri, il keirin, tutte le gare che sto facendo adesso fanno parte del percorso, il mio vero obiettivo è il Team Sprint.
Vorrei poter allenarmi e correre con un solo obiettivo in testa, avere una cosa precisa verso cui lavorare ogni giorno, ma non sono ancora lì. Adesso devo imparare il più possibile, correre il più possibile e costruirmi come la miglior velocista che posso diventare.
Poi scoprirò se sarà abbastanza.
Dopo Los Angeles sono tornata a Dallas per una settimana di recupero e poi sono rientrata in Italia.
Sono atterrata martedì e mercoledì ero già in gara a Pordenone, lì ho avuto una di quelle gare in cui, una volta finita, sai che avresti potuto fare meglio.
Mi sono fatta fregare tatticamente, sono rimasta chiusa e non sono riuscita a entrare in finale, ero incazzata, soprattutto perché sentivo che le gambe c’erano ma avevo semplicemente fatto un errore.
Poi è arrivata Fiorenzuola, dove ho passato tutta la settimana lavorando molto più che correndo. E dopo, il Campionato Italiano, dove pensavo finalmente di poter dimostrare quello che avevo costruito nei mesi precedenti.
Invece ho dimostrato il contrario.
Ero finita. Prima ancora di correre avevo già male alle gambe, i miei numeri erano i peggiori della stagione così come i tempi e le sensazioni. Non avevo mai avuto un mal di gambe del genere: mi facevano male anche solo stando seduta su una sedia. E questo era il vero dramma: dovevo ancora correre e le gambe erano già così.
Anche il secondo posto nel Team Sprint non riusciva a cambiare la sensazione con cui sono uscita da quei campionati.
Avevo bisogno di fermarmi, così mi sono presa una settimana di pausa e ho ricominciato.
E forse è proprio questa la cosa più importante che ho imparato in questi mesi, non posso continuare a cercare di allenarmi bene, migliorare e diventare una velocista migliore mentre viaggio continuamente, corro, lavoro e passo da una cosa all’altra.
Se voglio davvero capire cosa posso diventare, ho bisogno di una routine, di allenarmi con continuità, e di un intero inverno in cui poter sacrificare tutto il resto e concentrarmi sulla costruzione del mio corpo per questo.
Non sono così lontana da dove ero a maggio, ma prima devo tornare lì, e poi devo andare molto più avanti.
La cosa strana è che, nonostante le gare brutte, la mancanza di allenamento, i viaggi e il fatto che io sia ancora molto lontana dal livello a cui voglio arrivare, non ho mai avuto nostalgia dell’endurance. Nemmeno un po’.
In Germania ho dovuto anche correre alcune gare endurance perché non c’erano abbastanza partecipanti, e ogni volta che vedevo partire una Corsa a Punti ero felicissima di non essere io quella che doveva fare cento giri, sono davvero felice di essermela lasciata alle spalle.
Quello che mi manca, a volte, è la sicurezza che avevo.
Ho passato anni sapendo esattamente cosa stessi facendo, so come correre una Madison, so leggere uno Scratch, sapevo come reagire. Adesso sono tornata all’inizio.
E, stranamente, penso che ne avessi bisogno.
Dopo così tanti anni a fare la stessa cosa, avevo bisogno di qualcosa che mi facesse sentire di avere ancora tantissimo da imparare, qualcosa che mi desse di nuovo motivazione, che mi facesse venire voglia di allenarmi.
Perché questa è probabilmente la differenza più grande che sento oggi. Il mio corpo sta cambiando, sono più grande di prima, so che le persone lo notano e so che le persone giudicano l’aspetto, soprattutto sui social. Ma so anche perché lo sto facendo, non sto cambiando il mio corpo perché voglio apparire diversa, lo sto cambiando perché voglio diventare più forte.
E, soprattutto, sto bene. Non c’è un giorno in cui non abbia voglia di allenarmi. Per me questo dice più di qualsiasi altra cosa.
Ho 27 anni. So di essere arrivata tardi e quanto è grande il divario e quanti anni possono servire, sempre che io riesca davvero ad arrivarci.
Ma so anche che avrei rimpianto di non averci provato.
Per anni mi sono chiesta come sarebbe stato vivere questa vita da velocista, ci scherzavo, ci pensavo, me lo immaginavo, ma non avevo mai avuto davvero il coraggio o l’opportunità di scoprirlo.
Adesso ce l’ho.
Forse ce la farò.
Forse no.
Forse prima o poi scoprirò che c’è un limite che non posso superare.
Ma finalmente lo scoprirò.
E comunque vada, sono felice di aver avuto il coraggio di provarci, perché questo è ancora il sogno che ho da tantissimo tempo: vivere questa vita, allenarmi ogni giorno per qualcosa che voglio davvero, vedere fin dove posso portare me stessa.
Forse ho iniziato tardi. Ma almeno ho iniziato.
E in questo momento, mi basta per sapere di aver fatto la scelta giusta.


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